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Silvia Romano, bentornata

 

 

Dopo due mesi di chiusura forzata, di quarantena, passata tra le nostra mura domestiche, pensavo, a torto, che qualcosa stesse scattando dentro di noi.

Abbiamo visto l’impatto psicologo che la quarantena può portare, la sofferenza dei bambini, lontano dai nonni e dagli amici.

Abbiamo letto anche di frasi molto dure, tipo “ siamo ostaggi a casa nostra”, “siamo sequestrati dentro casa”, “psicologicamente sto crollando”, sono solo alcune delle espressioni più ricorrenti in questi due mesi.

Pensavo, ancora a torto, che stava scattando quella solidarietà che solo nei momenti difficili riesce a mettersi in moto, che il covid19 fosse arrivato per farci riflettere anche sulle scelte di tanti di noi, sui temi dell’ambiente e soprattutto sul concetto di empatia.

Poi è arrivata la notizia della liberazione di Silvia Romano e molti si sono scatenati inveendo contro questa ragazza.

18 mesi isolata, reclusa, impossibilitata nel comunicare con l’esterno.

Quando Aldo Moro venne rapito ebbe cedimenti incredibili, eppure parliamo di un uomo strutturato sia moralmente che mentalmente, un capo di Stato.

Invece ad una ragazza di vent’anni viene chiesto qualcosa che neanche noi in due mesi di chiusura in casa è riuscito, ovvero non cercare protezione in qualcosa di più grande di noi.

Raffaele Pettazzoni diceva che anche i partigiani laici quando erano condannati a morte si aggrappavano alla fede, ad una fede laica: l’idea di libertà e di giustizia.

Ebbene oggi sentiamo le voci levarsi contro Silvia, per la scelta di convertirsi.

Oggi più che mai dovremmo rispettare la scelta individuale e riflettere in modo empatico.

Se fossi stato io prigioniero? Io che quasi non ho retto due mesi chiuso nella mia casa, cosa avrei fatto?